CIRCOLO CULTURALE

PICCOLA   PENNA

ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE

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SCRITTORI  LOCALI

             

Per adesso sono presenti: Giuseppe Dovichi, Giancarlo Galliani, Spartaco Marcucci e Stefania Consani

 

    Ricordo bene quella sera d’estate, quando invitammo Spartaco Marcucci e Domenico Bertuccelli nella nostra prima  sede di  Camigliano.  Era da un anno che avevamo fondato la nostra associazione e sistemato la nostra sede. Il presidente di allora, Giuseppe Dovichi,  aveva disegnato sul muro esterno il busto di un indiano d’America con lo sfondo di un accampamento innevato e sul piccolo giardino era già alta l’erba seminata con tanta cura. Quella sera seguivamo con attenzione ed interesse l’avvicendarsi di Domenico e Spartaco nel leggere le poesie dialettali scritte da loro stessi. L’entusiasmo fu tale che decidemmo di farne un appuntamento annuale.

    Negli anni seguenti il numero dei poeti aumentò poiché venne coinvolta lAssociazione Culturale “Cesare Viviani” di cui Domenico era entrato a far parte, la corte prese il posto del piccolo giardino e gli spettatori  cominciarono ad arrivare anche dai paesi vicini.

    Il 10 Maggio del 1997, col patrocinio della Circoscrizione n°2, il Circolo “Piccola Penna” organizzò una serata di poesia presso la Scuola Media Statale di Camigliano con testi di Giancarlo Galliani, poeta e medico, nato e vissuto a Camigliano. Personaggio molto conosciuto in paese e in campo medico, anche per la sua partecipazione a molteplici attività culturali e sociali. Tra le altre cose ha diretto il Distretto Socio Sanitario di Capannori e l’Ufficio d’Igiene.

Dovichi Giuseppe, primo presidente di “Piccola Penna” nel 1999 pubblica la raccolta di poesie: “Agenda Verde-Rosa” e a Dicembre 2004 il libro ”Il Testimone”.

 

N.B.: Questa pagina, come le altre è aperta al contributo di tutti i cittadini

  

   Giuseppe Dovichi.

 

 

      Giuseppe Dovichi è stato uno dei fondatori del “Circolo Culturale Piccola Penna”, ed il suo primo Presidente.

Nato a Camigliano il primo Marzo del 1949, è personaggio eclettico, che si è interessato di varie discipline artistiche, quali la musica e le arti figurative in genere.

Avuta la sua prima formazione umanistica presso i Frati Cavanis, ha interrotto gli studi per entrare assai presto nel mondo del lavoro, proprio durante gli anni della contestazione giovanile, della quale ha condiviso in larga parte le idee, rivedendole, poi, in senso critico, in questi ultimi tempi, nei suoi scritti e nei suoi lavori; ma in quel contesto di battaglie sociali e rivendicazioni sindacali, arrivò a maturazione la sua preparazione politico-culturale, dalla quale non si può prescindere se vogliamo comprendere appieno tutti i passaggi della sua produzione, sia nel campo delle arti figurative, sia nel campo letterario. Soltanto più tardi si è diplomato al Liceo Artistico di Lucca, dove ha avuto modo di completare la sua cultura artistica, fino allora, frutto di esperienze di vita vissuta e di studi empirici e autodidattici.

      Per tutta la vita è andato alla ricerca della forma d’arte a lui più congeniale, e, pur non avendo mai tralasciato di scrivere in varie forme e in varie occasioni, si è dedicato più spesso alle arti figurative, che solo ultimamente ha abbandonato quasi del tutto, per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno.    

      Scrittore di poesie e buon conoscitore della metrica, ha pubblicato nel 1999 la sua prima (e per ora unica) raccolta di poesie, presso la Pacini Fazzi Editore di Lucca, con il titolo di “Agenda Verde-Rosa”, (la sintesi di una vita in versi più o meno liberi); e a dicembre del 2004 è uscito il suo primo libro “Il Testimone”, pubblicato a Roma da Sovera Multimedia. 

      Scrittore dallo stile diretto e asciutto; appassionato della letteratura americana e amante di scrittori quali Stainbeck ed Hemingwey, (che riconosce come suoi maestri), ha una visione piuttosto romantica del fare arte; che, come i suoi due grandi predecessori, ritiene quasi sempre frutto di esperienze più o meno dirette, senza le quali egli giudica difficile, se non impossibile, inventare storie forti, credibili e, al tempo stesso, originali!

Aggiornamento 03/02/2007 :

E' uscito, da poco tempo, il nuovo libro di Giuseppe Dovichi: "Il profumo del vento" edito da Mauro Baroni.

     Il libro racconta la storia di un gruppo di neomontanari, sognatori ed idealisti, che si prodigano affinché un vecchio paesino situato nel cuore delle Alpi Apuane (Col di Favilla) ritorni a nuova vita, dopo essere stato definitivamente abbandonato negli anni '50 dai suoi abitanti.

      Del tutto coscienti di fare un esperimento, si troveranno a scontrarsi con gli imprevisti e le difficoltà che inevitabilmente un progetto di questo genere comporta. Ma essi, con la cocciutaggine che contraddistingue tutte le genti di montagna, passeranno indenni attraverso ogni bufera, sia quelle reali di un ambiente duro ed ostile, sia quelle che si annidano nei cuori e nelle menti.

 


 

"AGENDA VERDE-ROSA"

la sintesi di una vita in versi più o meno liberi.

Piccola raccolta di poesie, ispirate ad avvenimenti vissuti in prima persona; a fatti accaduti, letti sul giornale, o sentiti alla televisione; o ai quali l’autore ha assistito o ha partecipato direttamente. 

      Scritta in forma di diario, copre un periodo molto lungo, che, dal lontano 1968, arriva quasi ai giorni nostri: al 1999, anno in cui l’”Agenda” è stata pubblicata.

      Attraverso le pagine di questa strana forma di diario, è possibile individuare, a grandi linee, tutti i passaggi e l’evoluzione della società nella seconda metà del secolo scorso; la trasformazione delle idee, la fine delle ideologie, la ricerca di nuovi valori e il desiderio di recuperare quelli antichi. E poi l’inizio di un processo che porterà l’autore a rifiutare un mondo sempre più frenetico ed alienante; processo del quale prenderà piena consapevolezza man mano che proseguirà il suo cammino artistico, e che si concluderà con la piena e assoluta realizzazione nel suo secondo libro.

 

 

Amici miei

 

  Tu, che presto

mi lascerai per sempre, sei

degli amici miei.

Ed anche se

i troppi anni che ci separano,

non ci hanno permesso di incontrarci prima,

stare insieme a te,

conoscere le tue stanche membra

cariche di lavoro,

mi ha insegnato a vivere.

 

   

 

 

   Io ti amo

con quell’amore di cui

solo i poeti

sono capaci

e con quella forza immensa

che può sconvolgere il mondo,

e che,

anche se non ci sarai più,

potrà farti riscattare

con tutti quelli che hanno sofferto

insieme a te.

 

 

Sei tu, l’unico vero Cristo, che non sa fare discorsi, ma le cui rughe ci dicono di costruire il Paradiso su questa terra, perché ciò è possibile, e solo allora moriremo contenti, certi di avere la pace eterna.

Grazie, amico mio, per avermi  fatto  capire.........................

 

Agosto ’78

da Agenda Verde-Rosa

 


Me ne voglio andare

 

    C’è un posto nel mondo

dove nessuno mi può trovare ?

Me ne voglio andare.

Lontano,

in un paese deserto,

dove non possa essere scoperto.

Voglio andare via

dalle scartoffie e dalla burocrazia ;

senza radio e telefonino,

dove non c’è casino.

Senza il televisore:

lontano dal mio collega_e

lontano dal Direttore.

Lontano da quella strega

che invade la mia vita,

che supplica e mi prega

con càvola infinita.

Lontano,

da un mondo artificiale,

dall’acqua minerale_e

dai casermoni a schiera.

Me ne voglio andare,

in una certa sera...

 

    Voglio andare lontano

da questa umanità,

dalle strade intasate

e dalla siccità ;

dal buco dell’ozono

e dall’effetto serra.

Non c’è un granché di buono,

e questa eterna guerra

consuma piano piano:

voglio andare lontano...

 

 

   Voglio partire

dal caldo dell’estate,

dalle vacanze estive,

dalle lamiere infuocate;

dal tutto organizzato

a Maurizio e alle 6 Celle,

da questo sole malato,

dai sudori delle ascelle,

da creme da spalmare_e

da questo mare affollato.

   

    Me ne voglio andare

dal tè e dal cappuccino,

dagli orari da rispettare,

dalla sigaretta del vicino;

dalle notizie sui giornali

sui crolli della borsa.

Dalle luci artificiali_e

da questa folle corsa

su tram ed aeroplani.

Dai grill sull’autostrada,

dai treni disumani,

da questa brutta strada

che porta nella fossa.

 

 

 

    Voglio andare via

dai viadotti sulla ferrovia

e da quest’alba gialla

che puzza di anidride;

dal caos dei capannoni,

da quest’afa che mi uccide.

Dalle notti illuminate a giorno;

dalle donne troppo belle e...

da tutti i pazzi che ho d’intorno

 

  Voglio riveder le stelle,

voglio sentire il freddo

pungente dell’inverno ;

voglio sentire l’acqua

sulla mia nuda pelle.

 

    Andar da quest’inferno

facile non sarà,

ma ci voglio provare...

domani si vedrà...

 

 

 

Camigliano, 16 Ottobre 1998 

da Agenda Verde-Rosa

 


 Sul cammino di Santiago

 

     Ho camminato

sulle strade del mondo

affollate e malsane,

dove le macchine bruciano

la loro esistenza ;

dove l’uomo rimane

dalla propria efficienza

abbagliato.

 

    Ho camminato

sulle vie d’Occidente

sicure e controllate

per la mia incolumità ;

ho camminato

sulle strade di campagna,

sulle strade di città.

Con il naso per aria

annusando la tempesta :

ho camminato

sulla strada secondaria

e sulla via maestra.

   

 

 

   Ho camminato

sulle strade lontane

battute dai venti

degli altipiani deserti,

sulle strade sperdute

delle pianure d’Oriente :

miscuglio di genti

sotto il sole rovente.

 

Ho bevuto a sorgenti

che lasciano amaro.

Ho bevuto

con buoi e carovane.

Ho bevuto

su strade lontane.

 

 

 

    Adesso

di frutti più avaro,

più stanco, più savio... più solo

preparo la rotta

e aggiusto il piumaggio

per il prossimo volo !

 

    Adesso...

bandito e corsaro,

vandalo, eroe e pellegrino,

su questa Meseta assolata

mi sono rimesso in cammino...

 

 

 

 

  

 Spagna, estate ’98

 da Agenda Verde-Rosa

 

 

 

 

 

 

“Il Testimone”

(le cicale tornarono a cantare)

 

La storia di un uomo - spettatore e testimone del suo tempo - che, attraverso una crisi interiore, mette in discussione tutta la sua esistenza. Il protagonista, a causa di una grave malattia, assume infatti una nuova consapevolezza che gli consentirà di intraprendere un nuovo percorso e scoprire una nuova via di rinascita.

 

 

 

Di seguito riportiamo alcuni brani tratti da  "Il Testimone"

Scuse e pretesti

       Dopo quella prima volta Piero ritornò spesso a trovare Gemma, ma, come abbiamo già visto, egli non era un abitudinario, perciò essa lo vedeva arrivare nei momenti più strani, nelle ore più impensate. A volte andava ad assistere alla Messa, e a volte no; a volte andava solo per fare la confessione. Si accostava a lei con una specie di timore reverenziale, e spesso nel suo intimo, era come se avesse bisogno di una scusa per andarla a trovare, a volte gli sembrava quasi di… importunare. Ma non poteva farne a meno. Così ogni scusa era buona: o passava davanti al Santuario per andare alla stazione, e allora coglieva l’occasione per fermarsi; o andava a fare compere in città, o andava a trovare un amico. Ora poi avevano chiuso la strada di là, quindi doveva passare per forza davanti al Santuario. Si domandò se non l’avessero fatto apposta. Transitava prima davanti alla Croce Verde, poi passava da lei, e, se trovava aperto, non poteva non fermarsi. E ogni volta che entrava in chiesa era un’emozione nuova! Si sentiva un po’ impacciato, specie se c’era tanta gente. Non riusciva a genuflettersi davanti a tutti. Se c’era la Messa la seguiva insieme agli altri, mimetizzandosi tra la folla, e avrebbe voluto avvicinarsi di più, ma non poteva. Vedeva tanti che le portavano fiori, che si inginocchiavano davanti a lei con devozione, che pregavano, ed egli avrebbe voluto fare altrettanto, ma non ci riusciva. Forse era semplice timidezza, o forse non si sentiva ancora degno, e doveva espiare ancora un poco. Quando fosse stato pronto lo avrebbe capito; Gemma glielo avrebbe fato capire…

 

      La Messa celebrata una domenica pomeriggio, alla quale Piero aveva assistito, aveva avuto dei risvolti… simpatici. C’era una bambina piccola che aveva girato per la chiesa per tutto il tempo della funzione, correndo, saltando sugli scalini e indispettendo forse il padre che celebrava la messa, ma che, fedele al detto lasciate che i pargoli vengano a me, aveva sopportato tutto pazientemente. Piero si chiedeva quanto tempo ancora il buon frate avrebbe resistito senza fare un minimo richiamo, anche gentile, alla mamma che era lì in prima fila, e che permetteva alla bimba di fare tutto ciò che voleva. Piero in quel momento avrebbe voluto essere quella bambina, che si avvicinava a Gemma, così semplicemente, davanti a tutti, senza nessun pudore; che saliva sugli scalini, che toccava il vetro della teca. Egli che era fra le panche, e non aveva trovato il coraggio di spingersi oltre la metà della navata.

      Il buon frate fece tutta la predica con quel fastidio che gli girava intorno, senza batter ciglio, facendo finta di nulla; finché, alla consacrazione, non ce la fece più, e, con un gesto appena percettibile degli occhi, fece capire alla mamma di richiamare la bambina e di tenerla ferma con sé.

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      Ma Gemma aveva capito qual era il suo desiderio, e la mattina successiva lo accontentò. Per la prima volta, entrato in chiesa, Piero la trovò completamente vuota! Non riusciva a crederci! Allora gli fu facile avvicinarsi a lei. Fu facile e bello. Aveva le extrasistoli a mille, il cuore gli ballava nel petto, e gli saliva su fino alla gola. Un colpo dietro l’altro, con violenza, ma poi lentamente si rilassò. Si placò come un mare dopo la tempesta, e riprese a battere regolarmente, scorrendo via liscio come l’olio. Alla fine si sciolse nelle lacrime che incominciarono a scendere giù, senza nessun pudore. Piero non fece nulla per fermarle, era bello! Quando stava per venir via faticò a ricomporsi, però nessuno lo vide, nessuno lo disturbò in quei pochi minuti: nessun rumore di passi, nessun brusio. Recitò la sua preghiera, ed ebbe la possibilità, per la prima volta, di osservare tutto bene: la statua di bronzo, il volto, le mani incrociate sul petto, il crocifisso. Cercò di indovinare il pensiero dello scultore mentre la concepiva, e si domandò se avesse provato lo stesso sentimento che stava provando lui...

 

Luglio

 

 

      Era Luglio ormai. Il caldo adesso si faceva sentire, Piero l'aveva aspettato tanto quest’anno, finalmente era arrivato. Ed erano arrivate le cicale, con il loro canto ossessivo, senza requie. Quel canto che è il simbolo stesso del caldo, il caldo personificato.

      Continuava a fare le sue passeggiate, con i suoi sogni… con i suoi ricordi. Viveva in un mondo tutto suo, c’era tempo per rientrare nella società, e comunque, quando ci rientrerà, se ci rientrerà, non dovrà più essere come prima.

      Adesso, la sera, Piero e Tommy incontravano i ricci. La campagna ne era piena, e a Tommy non gliene sfuggiva nemmeno uno. Il primo lo trovarono una sera. Tommy si era fermato ad annusare qualcosa, e Piero, incuriosito, andò a vedere: era un bel riccio, adulto, nascosto nell’erba, sul ciglio della loro stradina in mezzo ai campi. Non si era chiuso, ma era chiaramente infastidito dalla presenza di quel grosso naso che lo annusava con una insistenza sfacciata.

      “Uh bello, Tommy! Non lo toccare eh!”

Il riccio si allontanava con una lentezza da bradipo, e cercava di nascondersi, intrufolandosi fra gli sterpi. Era quasi notte, ma Piero lo voleva guardare bene. Aveva il musetto a punta, e gli ricordò il personaggio di un fumetto che leggeva quando era bambino: bello preciso, spiaccicato! Come si può conservare un ricordo così lontano nel tempo? Sono passati almeno 45 anni, e l’immagine di quel musetto a punta, è tuttora impressa nella sua mente, come su una lastra d’argento. Moriva dalla voglia di accarezzarlo, ma non sapeva che effetto gli avrebbe fatto; forse si sarebbe punto. Lo accarezzò sugli aculei con cautela, ma poi vide che non gli faceva male, bastava farlo per il verso giusto! Era una bella sensazione. Nel frattempo Tommy lo guardava, aspettando il segnale di attacco, e, poiché quel segnale non arrivava, dopo un po’ capì che il riccio era… uno dei loro. Lo seguirono ancora per un poco, finché non riuscì a nascondersi del tutto.

Era quasi notte ormai, e si affrettarono a ritornare verso casa.

      La sera seguente ne trovarono un altro. Era più piccolo, forse una femmina, o un cucciolo. Stava sul ciglio della strada, dove passano le macchine, e Piero sa purtroppo che fine fanno tutti quelli che si trovano in quei paraggi! Ha visto tante volte delle vere e proprie stragi lungo le strade di campagna, perché… chissà? ai ricci piace attraversare le strade, e agli automobilisti piace metterli sotto! Purtroppo non c’è rispetto neanche per gli umani, figurarsi per i ricci! Non posso mica rischiare di andare a sbattere e dover rifare la macchina, per cercare di scansare un riccio!!! O un cane, o un gatto! Io, quando mi attraversano la strada, vado a dritto; chi c’è, c’è, e chi non c’è, non c’è!!! Non è che possiamo andare un po’ più piano, e pensare che ci può sempre attraversare la strada un animale, vero? Certo ammazzare un riccio, dà meno preoccupazioni che ammazzare un… umano. Se ammazzi un animale chi se ne accorge, chi ti fa causa? Sicuramente non vengono i genitori o i parenti a chiedere l’indennizzo! Non ti levano i punti sulla patente, non ti aumenta nemmeno l’assicurazione! E allora dai, a tutto gas!!! Ammazza, uomo meccanizzato!!! Ammazza, schiaccia, distruggi!!! Apriti un varco, difendi il tuo spazio vitale!

      Nel frattempo che Piero faceva queste considerazioni, il riccio aveva fatto la “palla”, ed egli decise che quella bestiolina ormai gli apparteneva e non doveva fare una brutta fine! Gli sarebbero stati necessari un paio di grossi guanti di pelle, ma non li aveva, e, per levarlo di lì, non trovò di meglio che spingerlo col bastone, facendolo rotolare. Probabilmente il piccolo riccio tutto si sarebbe aspettato, fuorché qualcuno lo facesse rotolare come una palla. Alla prima spinta emise un suono acuto, strano, tipo: Aaaaggghhh!! Chissà perché Piero non aveva mai pensato che i ricci potessero emettere dei suoni? Lui non li aveva mai sentiti, e quasi prese paura. Ma il piccolo animaletto, superato lo shock iniziale, si fece rotolare docilmente fino all’imbocco della loro stradina fra i campi, e, fatti ancora pochi metri, lo lasciò vicino al poggio. Passò qualche minuto, prima che trovasse il coraggio di aprirsi, e andarsene svelto svelto fra i cespugli.

Piero se ne andò, con Tommy, convinto di aver fatto una buona azione.

Il giorno dopo però il suo entusiasmo si raffreddò, perché, passando da quelle parti con la macchina, intravide qualcosa spiaccicato per terra.

Non fece in tempo a capire di cosa si trattasse, ma forse era un topo, si disse, un grosso topo. Sperò che non fosse il loro riccio, e non ritornò indietro per sincerarsene.

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       Una mattina, poiché aveva capito che ormai stava diventando compito suo, come di consueto, Piero andò a fare la spesa, e passò a salutare dei vecchi cari amici e colleghi di lavoro. Per puro caso, trovò la Banca vuota, e si fermò qualche minuto a chiacchierare.

Naturalmente ora, ogni volta che incontrava qualcuno che conosceva, l’argomento era sempre lo stesso, e anche se fa piacere che gli amici si interessino di te, alla fine si era stancato di ripetere sempre le stesse cose; di fare ogni volta la cronistoria dell’accaduto, e di piangersi addosso. Perciò gli fece piacere, quando una delle sue colleghe, con intelligente ironia, gli disse:

“Sai, Piero, ti trovo magnificamente. Hai un bell’aspetto, si direbbe quasi che l’infarto ti abbia fatto bene, ti sia giovato! Quasi quasi ti invidio.”

      A lui sarebbe piaciuto raccontarle tutta la storia, ma quella vera che non racconta a tutti. Gli sarebbe piaciuto dirle perché adesso lo trovava sereno e rilassato, e che veramente avrebbe avuto qualche motivo per invidiarlo. Ma non lo avrebbe fatto in quella sede, e d’altra parte non ci sarebbe stata neanche la possibilità, perché di lì a poco l’ufficio incominciò a riempirsi di gente che aveva fretta e che voleva essere servita il più presto possibile. Ognuno di loro aveva un suo personale problema: chi doveva andare a far da mangiare per i familiari che tornavano dal lavoro, chi doveva rientrare velocemente in ditta, chi faceva programmi e discussioni al telefonino, chi aveva soldi da investire e chi, non avendoli, li cercava. A chi non era arrivata la pensione e, sbagliando bersaglio, se la prendeva con gli impiegati, perché non sapeva con chi rifarsela! Altri rimanevano sulla porta, indecisi se aspettare il loro turno o andarsene, perché stavano perdendo la speranza di essere serviti entro il tempo che avevano a disposizione. Piero rimase un poco a fare l’osservatore, e compatì, nella stessa misura, chi era di qua e chi era di là dal vetro. Alla fine fece un cenno di saluto di cui nessuno si accorse, e per non disturbare si defilò, con soddisfazione di chi era dietro di lui, perché poteva approfittare di quel posto che si era liberato…

 

 

  Giancarlo Galliani

 

Biografia

 

 Giancarlo Galliani è nato nel 1934 e ha vissuto, fino all'anno della sua morte (1996) a Camigliano, nei pressi della Villa Torrigiani. Dopo la morte del padre si iscrive alla facoltà di medicina. Una volta laureato, lavora per il Servizio Sanitario diventando direttore del Distretto socio-sanitario e dell'Ufficio di Igiene del comune di Capannori.

Il Galliani ha coltivato, oltre agli hobby della pittura e della ceramica, la passione per le poesie, raggiungendo importanti riconoscimenti come, ad esempio,il primo premio nei seguenti concorsi:

"La pantera" (Lucca 1978), "Primavera strianese" (1980), e "Le due Riviere" (Genova 1996).

Partecipava con entusiasmo alle varie iniziative sociali e culturali ed in occasione del centenario (1993) della Corale Giacomo Puccini di Camigliano, ha scritto "Un secolo di Canti".

Nel 1998, due anni dopo la morte, le sue poesie vengono raccolte e pubblicate in un libro dal titolo "Notti di Guardia".

     

 

 

IL DISCORSO DELLA MONTAGNA

 

Quando all'ombra dei pini

il venticello ti sfiora l'epidermide

e guardi gli aghi che cadono

volteggiando come libellule

ti dimentichi del mondo

e i sogni d'aver ritrovato te stesso,

come accade

purtroppo ormai di rado nella vita.

A vent'anni volevi cambiare il mondo,

a trenta perlomeno la tua città

e a quaranta ti saresti accontentato

di cambiare te stesso

almeno per quanto esigevano i tempi.

Infine

quando all'ombra dei pini

scendono gli aghi giù come libellule

ti accorgi di accontentarti di te come sei

e speri di restare sempre così.

 

Metamorfosi

 

Di giorno mi arrabatto, oppresso

dai maligni intrallazzi delle contingenze,

per rimediare il pane quotidiano

come quelle lunghe file di formiche

che vedi in affanno tra le zolle

per tre chicchi di grano dispersi dal vento,

incuranti del canto commosso

che l'usignolo gorgheggia

per il cuore del creato.

Ma di notte

giunge il regno stellato della mia anima

e quando sono solo nella soffitta

una droga soave ed esaltante

mi penetra per le vene

e mi trasforma in un poeta che sogna,

in un poeta che canta i suoi sogni

accompagnato dalla musica della natura,

da tamburi di pioggia, da violini di vento,

dal coro delle rane

e dall'assòlo di cornetta del cuculo.

 

La Cooperativa S.Luca, che conta più di un migliaio di soci dipendenti dalle ASL, ha istituito, in segno di riconoscenza,  un Premio Nazionale di poesia intitolato al Dott.Giancarlo Galliani, che tra le altre cose è stato anche Vice-Presidente della cooperativa.

 


Spartaco Marcucci

 

 

Biografia

 

Spartaco Marcucci nacque e visse a Camigliano (Lucca) nel 1926.

Autodidatta, sin dall’adolescenza fu affascinato dalla poesia e per questo studiò i poeti classici della letteratura italiana, appassionandosi soprattutto all’opera del Petrarca, di cui conosceva a memoria oltre cento sonetti. Nell’età matura estese però la sua conoscenza ai poeti contemporanei, sia italiani che stranieri.

Quando ancora vi erano nella Piana di Lucca cantori che improvvisavano contrasti in “ottava rima”, assieme a questi amici diede vita, sul Colle di Matraia, alla “Stanza della Poesia”, nel quale periodicamente si riunivano per improvvisare, declamare o commentare poesie.

    Solitamente schivo alla divulgazione pubblica della sua opera, mai volle infatti aderire agli inviti a pubblicare una raccolta delle sue composizioni, partecipò a pochissimi concorsi di poesia, restando fedele solo al premio di poesia in vernacolo “Gino Custer De’ Nobili” di Coreglia Antelminelli e al premio di poesia estemporanea “Il Boccabugia” di Vergemoli.

Prese parte però a molte serate e iniziative culturali sia istituzionali, quali i “Poeti per la pace” a Lucca, sia del volontariato. Tra queste amava in particolare quelle camiglianesi curate dalla Corale Giacomo Puccini a cui si sentiva particolarmente legato, dai Donatori di sangue Fratres e dal Circolo Culturale Piccola Penna.

La sua forma poetica preferita fu il sonetto. Ne scrisse oltre un centinaio di argomento religioso per le ricorrenze e festività sia camiglianesi sia dei paesi vicini, Matraia in particolare.

    A partire dalla metà degli anni ’70 iniziò la composizione di sonetti nel vernacolo della piana di Lucca, ispirati a scene e personaggi della vita rurale della campagna lucchese negli anni della sua giovinezza.

Vinse l’edizione del 1978 del premio “Gino Custer De’ Nobili” e più volte ne fu finalista.

Fu uno tra i più fedeli concorrenti del premio “Boccabugia”, che vinse nel 1976, 1977, 1986 e 1991.

Tra le sue ultime opere preferite vi è il “Notturno camiglianese” composto per la Corale Puccini e musicato dal maestro e amico Luigi Della Maggiora.

Dal dicembre 2004 riposa nel camposanto di Camigliano.

 

 

Tutti gli anni ritorni

 

 

 

Tutti gli anni ritorni, viandante

misterioso sopra la fiorita

del viale. Cammini sul versante

d’amore che ammannisce ogni tua gita.

Lo so che sei Gesù, che il tuo sembiante

va colto con la mano ingentilita,

so che il tuo cuore vive itinerante

nel mondo, lungo i giorni della vita.

Oggi qui sei di casa, sei il signore

delle famiglie. I baci dei bambini

spargono rose sui tuoi passi. Vedi

come la festa suscita clamore

dolcissimo di fede. Come abbini

questi colori fra i celesti arredi?

 

 

                                 

  Spartaco Marcucci

 

Era un giorno di velli

 

 

Era un giorno di velli con ir viso

bello ma tristo lae di primavera.

Cecco sonava a vespro e il  paradiso

ci sarebbe volsuto in sulla tera.

 

Ne’ ccampi gobbon Padre Marfiso

cercava l’erbi e faceva preghiera.

Le poghe voglie nate all’improvviso

morivan prima che vienisse sera.

 

Lo sa Maria! Col brancatin d’onesco

lì a chiama’ le galline, piro, piro

per fa’ capi’ ch’era spunto un tedesco

 

in corte per chiappa’ l’ómini a tiro.

Il sole per fortuna ‘un s’era imbresco

ma si rividde anco più chiaro aggiro.

 

                             

      Spartaco Marcucci

 

 


Stefania Consani  (in arte: La Stroala)

 

Biografia

 

 Stefania Consani ( La Stroala) è nata a Lucca il 15 Settembre del 1964 e ha sempre vissuto a Camigliano.

Autoironica per natura mi ha confidato : " .... non essendo ancora riuscita a pubblicare un libbro, perchè son una ciua...., ho però intanto preparo 'r titolo...:" VANDO I' MMICCI S'ACCORSEN CHE 'UN POTEVAN VOLA'....SI MISSEN A SCRIVE."

 

 

 

 

 

“LO  STRADON”

 

 

Ir viale della Villa a Camiglian

vello de’ ccipressi  per’intende

lo chiamin lo Stradon in monte e ‘n pian

e méglio di ‘osì  ‘un si pòl pretende…

 

Diritto e rinomato è sempre stato

la strada di ghiain e pillorini

di và e di là c’è anco ‘n popò di prato

du’ vàn a scorassà grandi e piccini

 

In cima c’ènno ‘r pozzo e la àtena

i tterminini e la pompa in un cantin

in fondo ‘r ponte e’r bare in sulla sana

a mmezzo ti ci trovi Menucin

 

Da ttempi della guèra iscitte sàn

Tedeschi, Ameriani e camionette

vand’ismissen di tirà le bombe a màn

ci tornonno a caminà le bicirette

 

Oh te che bbe’ riordi der passato

vand’ero piccinina e stavo lì…

co’la merenda ‘n mano e’l sole ‘n capo

i ppiedi scarzi sia Domenia o Luneddì

 

Ce n’eran propio tanti di bimbetti

impataccati e sudici eran tutti

co’r moccio ar naso e co’ gginocchi rotti

‘un c’era distinsion tra belli e brutti..

 

 

 

 

 

 

D’estate, ‘r giorno, doppo i’ riposin

le donne tutte ‘ntente a riamà

noarti a ffà ddispetti e a rimpiattin

mì ma’ sempre a contende “vieni và!”

 

Lucia, Fernanda, Velia e Natalìa

Giovanni, Antonio, Sergio e anco Pinzin

di tutti ‘r nome ‘un me lo riordo mìa

ma ‘un mi posso mai scordà di Renatin

 

Vando passava “Guglie” che paura….

la balla ‘n sulla gobba e via pianin

lullì ‘un sentiva neanco la calura

e noi a tremà lì come un lumicin…

 

E ppo’ arivava ‘r giorno der pertèro

la festa più sentuta ner paese

a ffà ‘r tappeto bello per davero

tutt’ insieme inginocchion senza pretese

 

En cambie tante ‘ose da vell’ora…

‘un senti più vér vecchio profumin

dell’erba e della pece venìa fòra

‘un vòl cantà più neanco un cardellin

 

Un nodo in della gola a mentovallo

la nostargia der sano porveron

e anco se oggi  tutto par più bello

nel cuore sta a’riparo ir mì stradon…..

 

 

                                            5 Giugno 2008

 

 

L’UCCELLO MORTO

 

 

En passi tanti anni da vando divorziai

di morto ci patitti che lo voréi scordà

c’èn anco de’ riordi, ‘un l’aréi ditto mai

che solo a ripensacci mi fan iscompiscià

 

Insieme a ‘na mì amìa divisi ver destin

che anco lé s’è lascia in quer tempo lì

ci sian console a turno tanto perbenin

ma s’è anco riso un mucchio , vésto lo vò dì

 

Minigonna, tacchi e’n mano la borsetta

s’era du’ belle spose a giro come tante

di certo un po’ più furbe per via della gavetta

‘un s’era mìa cattive….ma neanco delle sante

 

Un giorno di Domenìa a Lucca a passeggià

la noglia e la calura c’avevan rotto assai

e mentre si pensava a quer che poté ffà

successe vésta ‘osa che ‘un mi scorderò mai

 

Ti véggo da ‘na parte bella parcheggiata,

con drento a rimiracci un bardo giovanotto,

‘na machina sportiva tutta scoperchiata

e lù che ci fissava come ‘no sciabigotto

 

Ir bello è che davanti ner cofano lustrente

ver poverin davéro ‘un s’era propio accorto

appicciàto a’r muso dell’auto sua potente

tra i ddù fanali stava un uccellino morto

 

‘Na pàssora pareva.. tutta spennacchiata

che fine disgrassiata lé avéa dovuto fà

pensai come faceva a èsse lì ficcata

doveva avella ‘nforca a gran velocità

 

L’idea viense veloce di ‘orpo come ‘n tròn

nascette da’r bisogno disumano di scherzà

e dissi: “ora si ride, io pillaccoron!

Te sta a vedé a lullà che fin nì faccio fa”

 

 

 

 

 

 

Lù bello’mpomatato seduto lì a’r volante

co’r gomito appoggiato sopra lo sportello

chi sa che nì buriava drento ‘n della mente

e anco si ‘apiva…credeva d’èsse bello..!!

 

Co’ l’occhi provocanti allòra lo guardai

ir passo più ancheggiante vorsi avé ‘mpostato

e vando in su di lù un poco mi chinai

era già tutto rosso e di sudor bagnato

 

“Mi spiace disturbare il dolce suo riposo

ma ci’ha un uccello morto proprio lì davanti

tutto incastrato e torto dentro là a quel coso…

l’ha preso proprio in pieno, i nostri complimenti!!!”

 

Co’l’occhi spalancati e co’la bocca aperta

mancava che la bava ni colasse giù di fòra

rimase lì’mpalato vésta è ‘na ‘osa certa

e ppe’rincarà la dose io nì dissi ancòra:

 

“Ma via su stia tranquillo in fondo  non è niente

è che di questi tempi la cosa un po’ “mi tocca”

le chiedo di aiutarlo..  e molto gentilmente…

con la respirazione… quella Becco a  Bocca…”

 

Un pelo ci mancò che ‘un si travagliasse

per via di véste frasi così pogo ‘nnocenti

e noi lì divertite come du’ malaisse

con un soriso aperto a trentavattro denti

 

Sortitte pian pianin co’l’aria da cretino

levò l’animalin da vell’incastro strano

con languido saluto e sguardo birichino

 lì ritto si lasciò con quell’uccello ‘n mano

 

Appena si fu sole, piegate ‘n due da ride..

‘un ci risciva neanco di stà co’l’occhi aperti

dar nulla viense fòra, ver giorno lì si vide..

ir ghiaule fa ‘ttegami ma noi si fa’ccoperchi…!!!

 

 

                                                            15 Luglio 2008

 

 

POVERAMME’  che fine….

 

Ohimmè com’è difficile accettallo,

“Che cosa?” chiederete perbenin

mi vò fermà un menuto a raccontallo:

“vedè’nvecchià ir mì ‘orpo, io bonin!”

 

Oh te, vant’era facile campà…

dicevin che paréo ‘na principessa

co’lo specchio oggi son  a questionà

a vedemmi ‘osì concia ‘un c’ero avvessa…

 

Vò ‘ncomincià di cima da ccapelli

l’ho sempre ‘uti neri e per un verso

da ‘n pesso’n qua mi tocca sta a leggalli

perché con quelli bianchi è tempo perso

 

L’occhi eran normali ma bellini

vigliacco’r mondo’nfame vante grinze!

Erin maroni e anco un popò verdini

pe’aprilli ammodo mi ci vòl le pinze

 

E vò arivà alla bocca per i ddenti

se vòi, davanti possin anco passà…

ma velli drento èn tutti dondolanti

tra pogo ‘un potrò più neanco biascià!

 

Ir collo lo chiamavin “deorté”

insieme a tutto’resto “siluètte”

un’affuffignìo che …’un si pòl vedè

Gesummaria e po’ furmini e saette!

 

 

 

 

 

 Le puppore ‘na vorta belle ritte

‘un ce n’era di bisogno di rifalle

le guardo ora e véggo du’ ova fritte

e’r mì marito ‘un sa ‘nduve cercalle…

 

La pancia po’, ‘un mi ci fa pensà

di tutto lé è la mì disperassion

‘un sai se n’antro bamboro ho da fà

o se sotto la pelle c’ho un pallon..

 

Le chiappe, velle èn ite tutte aggiù

e vando vaggo ar mare ‘un so che ffà

mi metto ar sole ‘n tèra e ‘un m’arzo più

senza ‘ ccarzoni ‘un posso rimedià!

 

Se po’ nelle braétte mi guardassi                      

ma è méglio lascià stà, te lo dìo io

allora si che c’è da sgomentassi…

che come ‘l lupo lì l’ho perso anch’io!

 

La fine ènno le ‘osce, e ho ditto tutto

che belle e lisce eran d’accaressà

una tristessa péggio che d’un lutto

da tanto che le vedi ciondolà

 

Ma propio io ‘un lo so vésto vecchiume

che’n quarche modo devo sopportà

sennò ‘un mi resta che tirammi’n fiume

o lascià perde tutto e stà a guardà…

 

                                                                      

                  6 Giugno 2008

 

ESSENZA

 

 

Te sei nella luce già la mattina

sei drento a’r profumo che vièn da’r caffè

sei’r sonno agitato, la mì medicina

miglioni di vorte mi chiedo perché

 

Perché la tu’ essenza dev’èsse presente

s’appiccia per bene sulla mì pelle

abbacca’r silenzio e continuamente

rimbomba ne’r vòto co’l’eco ribelle

 

Ne’r tempo dà dietro a tutti i mì giorni

ni rubba lo’ntento, la vitalità

 malessere seppo e senza ‘ontorni

che lèva da giro la voglia di fà

 

Mi perdo e ti trovo in ogni mì gesto

ne’r fiato pesante che mi stiaccia’r petto

‘un c’è ‘na ragion e neanco un pretesto

a dammi ‘na man a fatti dispetto

 

A datti la fuga lontano da’r cuore

spogliatti di tutto ‘r sapore che hai

tiratti di rieto l’immane dolore

c’aregge i mì fili e neanco lo sai

 

Mi giro e ti veggo ne’ppassi che ho fatto

ne’r vento, nell’acqua, ne’r cielo seren

davanti a’r doman te sei dirimpetto

sei nella buriana e ne’r sole che vien

 

Te sei ver trambusto che mi rimane

sei la più grande dell’ossessioni

ma per ‘un andà a finì nelle grane

   sarà bèn tu ti lèvi un po’ da ‘oglioni…

 

 

25 Aprile 2009

 

PIOGGIA

 

 

Quello stesso sole invernale

che lucidò il cielo marino

io aspetterò

e mi spoglierò

degli abiti inzuppati

e mi rannicchierò sotto un solo raggio

come un vecchio barbone

si accovaccia in un angolo di strada

osservando

il mondo che vive e che passa

noncurante

sui cartoni stesi del suo letto…